GIOVANNI BOTTESINI

LUIGI SCHIRRU

Home Perche' informare Dettagli personali La Bibbia Blog Composizioni Musica & Co. Altri interessi

Il Paganini del contrabbasso

Le qualità artistiche di Giovanni Bottesini, concertista, compositore, insegnante, direttore d’orchestra, non sono certo ignote a chi di musica s’intende, a chi è imbevuto di profonda cultura musicale. Lo stesso François Fétis, critico francese severo e particolarmente avaro di lodi nei confronti degli artisti italiani, così lo elogiava all’indomani della sua morte: "Il Bottesini sorpassò di gran lunga quanti furono sino a oggi concertisti di contrabbasso. Il suono paradisiaco che egli cava dal suo strumento, la prodigiosa sicurezza con cui supera qualunque più ardua difficoltà di meccanismo, il suo modo di cantare tutto sentimento delicatissimo, ne fanno un esecutore insigne e dimostrano in lui il talento più completo che sia possibile immaginare. In grazia della perizia con la quale sa cavare i suoni armonici in tutte le posizioni, il Bottesini può gareggiare, senza esser vinto, con i violinisti più abili. Bisogna aver udito il Bottesini suonare il contrabbasso per persuadersi che il più grande degli strumenti a corde può competere con il violino sia per l’omogeneità del suono, sia per la leggerezza, sia per la grazia anche in quel genere di musica che chiamasi brillante."

"Nessun concertista di contrabbasso," si legge nella Gazzetta Teatrale Italiana del 19 luglio 1889, "può essere paragonato a lui. Dall’Oglio, Müller e Dragonetti suonavano il contrabbasso alla perfezione, conservando però allo strumento il suo timbro; sotto le mani di Bottesini invece il contrabbasso diventava uno strumento speciale, qualche cosa fra il violino e il violoncello. Bisognava averlo udito, il Bottesini, per farsi un’idea di quella ineffabile e malinconica sonorità che riusciva a provocare un piacere così intenso, penetrante, che quasi si avvicinava al dolore. Sembrava impossibile che da quel grosso strumento si potessero cavare quelle note umane che rispondevano perfettamente all’ideale del canto più dolce, insinuante. Che dire poi della straordinaria valentia di Bottesini nelle variazioni, e della sicurezza meravigliosa del suo archetto? Il suo Carnevale di Venezia era più straordinario, nel suo genere, della fantasia dello stesso nome di Paganini."

Giovanni Bottesini nacque a Crema il 22 dicembre 1821da una famiglia di valenti musicisti: il padre Pietro (clarinettista, violinista, direttore d’orchestra e compositore), lo zio Luigi (violinista) e i fratelli Cesare (violinista e compositore), Luigi (suonatore di tromba e compositore) e Angela (cantante lirica). In un simile ambiente familiare, manifestò già da bambino una straordinaria inclinazione per la musica, tanto da venir affidato alle cure dell’abate Carlo Cogliati, primo violino della Cappella del Duomo, direttore dell’Accademia musicale e grande plasmatore di talenti musicali, che lo portò a esibirsi in un "a solo" al Teatro di Crema a soli 7 anni. Da allora il giovanissimo Bottesini suonò in orchestre (timpani e violino) a Crema, Bergamo e Brescia. È però ben presto evidente che tale insegnamento non bastò e che ci fu il bisogno di un più alto grado di perfezionamento. Nel frattempo studiò, come autodidatta, il cembalo, il violoncello e il contrabbasso.

L’occasione si presentò nel 1835 con un concorso per due posti al Conservatorio di Milano: uno per fagotto e uno per contrabbasso. Il quattordicenne Bottesini scelse il secondo e, durante l’audizione per essere ammesso alla classe di contrabbasso, accortosi di stonare nell’esecuzione dell’esercizio impostogli, e rivoltosi alla commissione dichiarò: "Sento di stonare, ma quando saprò dove porre le dita, allora non stonerò più". Dopo l’ammissione al conservatorio ebbe come suoi maestri Luigi Rossi per il contrabbasso e Piantanida, Ray, Basily e Vaccai per la composizione.

Dopo soli tre anni raggiunse una tale perfezione da desiderare un ambiente più vasto per dedicarsi all’attività di contrabbassista e alla composizione. Nel settembre del 1839, ottenuto il diploma, consapevole che nulla aveva più da imparare dalla scuola e rinunciando al quadriennio di perfezionamento obbligatorio, abbandonò il Conservatorio: gesto non di giovanile e sconsiderata baldanza, ma frutto di coraggiosa intraprendenza e di tranquilla consapevolezza del proprio valore, come dimostrano di lì a poco i consensi riscossi nella sua prima tournée concertistica a Vienna (1840).

Nel 1840 debuttò a Crema e proseguì con una serie di concerti in tutta Italia suonando un piccolo contrabbasso a tre corde acquistato da Carlo Giuseppe Testore, un liutaio che si era particolarmente distinto nella fabbricazione di violoncelli e contrabbassi ispirati al modello di Guarnieri del Gesù. Il felice incontro con il piemontese Luigi Arditi, violinista e compositore suo coetaneo, diede vita a un affiatato duo (qualche giornale li definirà "i gemelli prodigio") che si impose all’attenzione dei critici più severi e determinò ovunque entusiastiche accoglienze. Alle peregrinazioni in tutta Italia Bottesini affiancò ben presto le esibizioni all’estero, sia come contrabbassista, sia in qualità di direttore d’orchestra e compositore. L’America, l’Europa, in particolare la Francia e l’Inghilterra, ma anche la remota Russia e l’Egitto sono testimoni dei suoi trionfi.

Le tappe più significative della sua frenetica e multiforme attività lo videro a Buenos Aires nel 1846 come primo contrabbassista, l’anno successivo ebbe già la cattedra di direttore d’orchestra a Cuba dove, il 31 gennaio 1848, diresse e mise in scena la sua prima opera lirica, Cristoforo Colombo, anzi Colón en Cuba, dato che il libretto era del poeta cubano Ramon De Palma Romay. Nel 1846 (come abbiamo già accennato) partì per l’Avana con il violinista Luigi Arditi proseguendo poi per l’America e per l’Oriente. Fin dagli inizi della sua carriera veniva osannato dal pubblico e dalla critica. Ne fanno testo alcuni giornali di cui si riportano integralmente i testi.

Dalla Gazzetta Musicale di Milano del 23 settembre 1853: "L’impresario del teatro d’Avana, dovunque si trova, quando vuol fare un introito veramente pingue, non ha che annunciare un concerto o un intermezzo d’opera con Bottesini per avere il teatro o il salone, come per incanto, zeppo di spettatori, di cui ciascuno lascia più colonnati alla porta. Il giorno 10 dello scorso luglio, Bottesini, Arditi e i principali artisti dell’opera italiana, tra cui spicca la Tedesco, in un’accademia al Castle Garden, attrassero un concorso di cinquemila persone. Poi partirono per Filadelfia, Boston, e all’isola di Capo May, indi andranno a Saratoga, New Port, percorrendo tutta la riviera del Nord per essere di ritorno a Nuova-York ed infine alla metà di ottobre restituirsi all’Avana.

L’impresa fa marciare or di qua , or di là, la compagnia melodrammatica e, con maggior frequenza di tutti, il Bottesini e L’Arditi, i quali, non possono mai avere un minuto di riposo e devono correre da una città all’altra e veder sempre per loro opera ingrossarsi le tasche del fortunato impresario che è in trattativa di riconfermarli per un altro anno. Sivori, che insieme ad Herz, continua a girare l’America facendo tesori, sopra uno di questi fogli pubblicò una gentilissima dichiarazione nella quale manifestava il suo vivo desiderio di far conoscenza e di stringere la mano all’incomparabile contrabbassista e si congratulava con esso lui e con l’Italia dello straordinario successo dappertutto conseguito. Apparì una litografia coi ritratti congiunti di Arditi e di Bottesini. Quest’ultimo è fatto scopo di ovazioni del genere di quelle tributate alla Essler nel maggior parossismo fanatico per la unica danzatrice".

Nel 1849 fece il suo debutto londinese, ponendo le basi di un successo ininterrotto, di una vera e propria conquista di un paese che gli riservò sempre calda accoglienza. Scrisse la Gazzetta Teatrale Italiana: “Il paese dove Bottesini sollevò maggiori entusiasmi col suo prodigioso talento di contrabbassista e che gli procurò anche maggiori soddisfazioni pecuniarie, fu indubbiamente l’Inghilterra che percorse varie volte, sempre ottenendo un successo di stupore, di ammirazione, passando poi anche in Scozia e in Irlanda, ovunque lasciando memorie indimenticabili per la sua virtuosità."

Dal giornale inglese Illustrated London News: " Non esitiamo a chiamare Bottesini la meraviglia musicale dell’età nostra. Il violino fu il suo primo istrumento, ed a sette anni suonò un "a solo" sul teatro, facendo così la sua prima comparsa in pubblico. E’ singolare che, mentre era ammaestrato nel violino, ebbe il capriccio di suonare il contrabbasso, soddisfò a questo gusto eccezionale, suonando quel gigantesco strumento senza guida e senza una giusta idea della possibilità di riuscire. Intanto che rapidamente progrediva nello studio del violino, si ebbe cura di addestrarlo anche sul gravincembalo, e vi si riuscì senza difficoltà, avendo egli sortito sì straordinarie disposizioni per la musica.

Giunto a 12 anni, essendovi un posto vacante nel famoso Conservatorio di Milano, si pose nella lista dei candidati, e la sua elezione ebbe luogo, come era dovuta a un sì distinto ingegno; ed il 1 novembre 1835 entrò nel grande Istituto Musicale di Milano, ove strinse durevole relazione di amicizia con Piatti, celebre suonatore di violoncello Luigi Rossi divenne maestro di Bottesini negli arcani del contrabbasso, seguendo i metodi di Andreoli e del rinomato Dragonetti. L’allievo di Rossi parla sempre del maestro apprezzando altamente l’ottima istruzione da lui avuta. Mentre Bottesini vinceva le difficoltà del suo pesante contrabbasso, studiava anche il contrappunto e la composizione sotto Vaccai ed altri maestri. I suoi progressi furono così rapidi, che gli fu permesso di lasciare il Conservatorio tre anni prima del prescritto; mentre gli allievi sono per regola fondamentalmente obbligati a rimanere fino ai venti anni.

Bottesini, spinto allora da giovanile vaghezza di una vita musicale ed errante, visitò tutta l’Italia, ora suonando, ora componendo, talvolta scrivendo sinfonie e improvvisando fantasie e romanze. Egli viaggiò in Germania, ma dopo aver suonato a Vienna, una grave malattia lo costrinse ad abbandonare per qualche tempo la sua carriera. Stanco della vita girovaga di artista, accettò di buon grado l’offerta che gli venne fatta di visitare il nuovo mondo, e per tre anni fu direttore dell’opera italiana all’Avana, avendo nella sua Compagnia la Stefanoni, Salvi e Marini. Gli artisti italiani che sono stati associati a Bottesini, si esprimono con parole del maggior entusiasmo sulla perizia di lui qual capo e direttore di un'orchestra.

La prima comparsa del Bottesini avvenne nel 1849 nell’accademia annuale del signor Anderson. I direttori del reale teatro dell’opera italiana "Conventgarden" apprezzando la meravigliosa abilità del Bottesini, gli procacciarono l’opportunità di farsi udire nel loro teatro in un’accademia la mattina del 30 maggio del 1849. Non mai dimenticheremo la sensazione prodotta all’apparire di quel suonatore! Nella seconda parte del programma un giovane pallido che le signore trovarono e trovano tuttora assai interessante, si fece innanzi per eseguire sul contrabbasso il "Carnevale di Venezia" di Paganini.

Sarebbe impossibile descrivere l’entusiasmo degli uditori. Costoro e tutta la sua orchestra si unirono di cuore al sorprendente trionfo del suonatore; la Grisi, la Persiani, la Duros- Gras, la Hayes, la Angri, la Corbari, la De Marie, con Mario, Sims, Reeves, Tamburini ecc. ecc. furono veduti dai palchetti e al suo fianco applaudire furentemente alla italiana meraviglia. Bottesini ritornò a Londra nella primavera di quest’anno e si fece udire per la prima volta il 19 maggio nelle sale di Hannover-Square, all’ultima accademia data da Madamigella Catterina Hayes; il dì seguente suonò alla Società Musicale, e il 26 all’Accademia Filarmonica. Il giorno 2 al concerto di Ernest eseguì con Piatti un pezzo a due di un effetto incomparabile.

Nella presente stagione egli raggiunse l’apice della popolarità. Julien ebbe la buona sorte di impegnarlo per una serie di accademie al teatro Druwy- lane, e Bottesini eseguì ogni sera la sua musica meravigliosa innanzi ad una immensa folla di uditori, il cui entusiasmo va ogni dì più aumentando. Il suo modo di suonare e il suo stile hanno un’impronta tutta propria; egli dà al suo contrabbasso con una inesprimibile dolcezza l’espressione del sospiro, come fosse il liuto di una amante, mentre niuno lo sorpassa per forza, delicatezza e precisione nei passaggi. La sua esecuzione è gradevole quanto sorprendente, meravigliosa quanto graziosa, armoniosa quando melodiosa; è così perfetta che produce i più squisiti suoni con irreperibile giustezza di intonazione. Il modo con cui egli esprime sul suo strumento il canto del tenore nell’aria della Sonnambula e il Carnevale di Venezia di Paganini è assolutamente ammirabile e incomprensibile".

L’arte contrabbassistica di Bottesini era tale da interessare non solo i dotti ma da sorprendere ogni genere di persone. Prova ne sono le svariate caricature e i numerosi scritti umoristici su di lui pubblicati.

Dalla pubblicazione "Bottesini a Napoli" miscellanea di cose Cremasche:

"…Oh! Se aveste veduto Bottesini a cavallo del suo contrabbasso, stringerlo, percuoterlo, carezzarlo, pizzicarlo, baciarlo come si farebbe di una persona cara…

…Signor Bottesini carissimo, arcicarissimo, perdonatemi, io mi levo tanto di cappello alla vostra abilità e me lo levo a due mani, ma vi tengo pel primo professore… prestigiatore. Negatelo e scusatevi come volete, ma io vi dico e sostengo che nel vostro contrabbasso grosso grosso voi ci avete nascosto tanti diavoletti e diavoloni, dei quali uno è il professore di clarinetto, un altro un suonatore di oboe e poi ci avete una ventina di violini, cinque viole, due violoncelli, un corno, un trombone, ed anche un pianoforte verticale, o con la coda, come vi piace.

Non dite di no, perché se tutta questa roba non istà nascosta dentro il vostro contrabbasso dovrò dire che non è vero che voi avete suonato oppure che non vi abbiamo udito, io e 800 o 900 persone. Voi che diamine fate con quella botte fra le gambe? Dall’ultimo degli strumenti, dal papà, dal nonno, dal bisavolo del violino, della viola, del violoncello e di tutta la famiglia delle budella di animale accordate e scordate sopra un cassettino o cassettone di legno, voi avete l’arte, la scienza, il talento e l’artifizio di stillare tanta dolcezza, tanto sentimento, tanta vita, anima, affetto ed effetto da far stordire mezzo mondo…

E tutto questo sopra tre budella di vacca strofinate da quattro crini della coda di un cavallo!…Ma Bottesini veramente non è lui quando suona. Potrebbe essere per esempio un Giove Olimpico; l’aquila maestosa sarebbe rappresentata dal maestoso strumento che tiene fra i piedi, l’archetto nella destra è lo scettro, la sinistra è armata da un fulmine. Un fulmine! Misericordia! Signori, anche un fulmine: quella mano guizza, scroscia, vola, sale, scende ne più ne meno che un fulmine, una saetta… Il prestigiatore Bottesini da Giove, paff, si cambia, ossia cambia quell’elefante degli istrumenti, ne abbandona la proboscide (la proboscide, s’intende, è il manico) e si mette a grattare l’elefante sotto la pancia; ma lo gratta come Thalberg gratterebbe i denti dell’elefante, ossia la tastiera del pianoforte…

…E mentre state con la bocca aperta, il più acuto suono a mezza voce della più acuta corda (zaffete), una contrabbassata grave, solenne, ardita, vi richiama alla realtà del violone! Bottesini mio, siete un portento e se non siete un diavolo, siete un genio col contrabbasso in mano…

…Quelle benedette tre budelle secche di Bottesini, ci avevano legati su quelle sedie, stretti, pigiati, incomodi, sudando e spietati che non ce ne volevamo andare…

Scrisse di lui, come compositore ed artista l’avvocato Giuseppe Depanis nella "Gazzetta letteraria di Torino": "Concertista sommo, lo si disse il Paganini del contrabbasso. Sotto il suo archetto il contrabbasso gemeva, sospirava, tubava, cantava, fremeva, ruggiva, un’orchestra completa con impeti terribili e sfumature dolcissime. Se la virtuosità rese celebre il concertista e gli procacciò fama e trionfi, nocque in compenso al compositore. L’originalità dell’invenzione non corrisponde nel Bottesini alla spontaneità; versato nella tecnica, abile strumentatore, troppo sovente egli ci si rivela ineguale. Impazienza farraginosa del concertista traspare nelle evidenti improvvisazioni che sono concessioni al cattivo gusto della folla.

Fattosi compositore, il concertista non ha né tempo né voglia di adoperare la lima; sfavilla, raccoglie applausi e passa oltre. Il Bottesini può essere riguardato come uno degli ultimi campioni della scuola italiana ligia alle tradizioni del Donizetti. La rivoluzione wagneriana lo ebbe avversario tenace, si era persino accinto a musicare contro i wagneristi una satira di cui lessi il libretto. Negli ultimi anni tuonava violentemente contro costoro ai quali attribuiva tutte le disgrazie proprie e tutti i malanni del teatro italiano.

Rimproverando agli altri l’intolleranza cadeva egli stesso in un’intransigenza furibonda. Considerava intangibili le forme classiche dell’opera italiana e credeva in buona fede di rammodernarla conforme ai tempi col curarne la fattura contrappuntistica ed orchestrale. Un simile concetto d’arte riduceva l’italianità ad una questione di forma e trascurava la sostanza.

Nella scelta dei libretti, seguace anche in ciò della vecchia scuola, non andava per il sottile; musicava qualunque libretto gli capitasse tra le mani (e gliene capitarono degli infelicissimi) ed affetto un po’ dalla mania della persecuzione, addossava poi alla camorra degli editori, degli impresari e dei colleghi, quello che in parte aspetta alla cattiva scelta del libretto ed alla soverchia indulgenza per le proprie creature: il tiepido successo di alcuni spartiti e gli ostacoli frapposti alla loro rappresentazione. Per logica conseguenza del suo concetto del melodramma,

Bottesini, nel libretto, cercava e "vedeva" i pezzi; alla sostanza dell’azione ed al carattere dei personaggi, attribuiva scarso significato. Questa ristretta visione nocque alla perfezione dell’opera d’arte. Ed infatti a pezzi felicissimi, "Ero e Leandro racchiude pezzi addirittura volgari, che riuscirebbero inesplicabili se ignorassimo la noncuranza dei compositori della scuola del Bottesini per ciò che nel melodramma stimavano un semplice accessorio di nessuna importanza. Eppure il sentimento poetico a tratti sgorgava limpido e puro dalla fantasia del Bottesini. L’invocazione religiosa del primo atto, per restringermi ad "Ero e Leandro", il declamato di Leandro, l’anacoreta, vari episodi dei due duetti d’amore e la barcarola, sono gioielli di melodia espressiva ed appropriata.

La dipintura di una notte lunare sul Bosforo, con cui si apre il terzo atto, è squisita davvero. Pochi tocchi sfumati e l’evocazione diventa perfetta; l’anima delle cose si rivela e ci investe dall’orchestra e dalle sommesse voci del coro che si perdono nella lontananza azzurrina del cielo e del mare. Sarebbe ingiusto ripetere a proposito del Bottesini il vieto ritornello della patria matrigna dei figli che la onorano.

Nel 1850 fu a Parigi, dove sarà nominato direttore del Théâtre des Italiens e dove tornerà a più riprese dirigendo anche, accanto a Berlioz, l’orchestra dell’Esposizione Universale. Quindi Napoli, Palermo, Milano, Madrid e poi ancora Parigi e Londra, e Il Cairo, dove assunse dal 1871 al 1877 la direzione del Teatro Regio e dove, il 24 dicembre 1871, diresse la prima dell’Aida davanti ai dignitari di tutto il mondo là convenuti per festeggiare il taglio dell’istmo di Suez. Ma la sua vita errabonda continuò instancabile portandolo anche a Pietroburgo, Vienna, Berlino, Napoli, Firenze, Roma, ovunque riscuotendo unanimi consensi e meritatissimi riconoscimenti.

Bottesini fu anche prolifico e originale compositore, spaziando con padronanza in tutti i generi musicali. La Gazzetta Piemontese, in un articolo del 1879, così si esprimeva: "Presso ai sessant’anni, da oltre quaranta egli suona, dirige e scrive, fecondo, gentile, di gusto fine, purissimo, quasi sempre classico e pur nuovo. E la sua fantasia è fervida ancora, fertile l’ingegno e si ha ragione di attendere da lui nuovi e più grandi lavori ancora. Ha scritto un’infinità di composizioni... molte sono ancora inedite." Fra tutte ricordiamo: Getzemani (The Garden of Olivets), L’assedio di Firenze, Il diavolo della notte, Marion Delorme, Alì Babà, La regina di Napoli, Ero e Leandro, La Messa da Requiem.

Nello stesso articolo così viene descritto: "Alto, ben fatto nella persona, il Bottesini non ha però neppur l’ombra di quell’alterigia e quella fierezza che parrebbero dovergli suggerire il suo ingegno, la sua posizione, gli onori e le decorazioni avute o le grandi distinzioni di ogni genere ottenute da principi e da regnanti, dai pubblici di ormai tutto il mondo. Nel suo sguardo bonario, nei suoi occhi piccoli ma vivaci e mobilissimi, nel suo comportamento modesto, nel suo discorso, nei suoi modi affabili, cortesi, nulla di artefatto, nulla di presuntuoso e di affettato, nulla che lasci trasparire pur solo in ombra ch’ei si senta grande o conosca i propri meriti. Eppure egli è grande davvero."

Stesso atteggiamento aveva anche nel suo lavoro di direttore d’orchestra. Non assumeva pose, mirava all’essenziale. I gesti di stizza durante le prove erano contenuti. Nei casi peggiori sbatteva a terra il cappello, accompagnando il gesto con qualche colorita espressione in dialetto cremasco. Sfogava la sua irritazione sul pianoforte dove, scrive Giuseppe Depanis, " suonava, cantava, parlava, urlava, imitava il languore della tromba, il sospirare dell’oboe, il trillare del flauto, il rullare dei timpani, il colpo secco dei piatti... finché esausto, smetteva improvvisamente, si ravviava sulla fronte una ciocca ribelle, si volgeva agli uditori e li interpellava in silenzio, figgendo loro addosso gli occhietti scrutatori per penetrarne l’intimo pensiero".

Grande musicista e grande uomo, ma non senza difetti; anche se questi erano soprattutto "eccessi" – di generosità, di zelo, di affetto, di ingenuità – dei quali era, se non l’unica, almeno la prima vittima. Pessimo amministratore di se stesso e delle proprie sostanze, condusse una vita errabonda, caratterizzata da attività frenetica e ritmi impossibili, che diede fondo parimenti alle sue sostanze e alle sue energie. Sono incalcolabili i guadagni, ma le spese furono più alte! Nonostante la fraterna insistenza di Gioacchino Rossini, Bottesini riuscì solo ad applicare la prima parte del consiglio ricevuto: guadagnò molto, ma risparmiò ben poco, compreso se stesso.

Non sapeva resistere ai piaceri della buona tavola né al fascino delle belle donne. Generoso con tutti, non di rado s’indebitò per aiutare amici, ma non mancarono eccentricità da miliardario come quando impiantò un serraglio di belve al Cairo! Le conseguenze dei continui sforzi richiesti a un fisico non proprio erculeo non tardarono a farsi sentire: la malattia, manifestatasi ai primordi della sua folgorante carriera, lo condusse immaturamente alla tomba.

Non era raro il caso di debiti contratti per render servizio ad altrui o per saziare l’ingordigia di un cavaliere d’industria. Insieme con un gran cuore il Bottesini era dotato di un’incapacità assoluta a regolarsi nelle contingenze della vita. I disinganni gli amareggiarono l’animo, non lo emendarono né lo resero cattivo. Appartandosi qualche tempo in uno scontroso riserbo, brontolava, bestemmiava; poi ritornava più fiducioso, più bonaccione di prima. Irrequieto, non posava in nessun sito: l’estro del concertista lo assillava di continuo e nel riposo egli anelava alla vita randagia che per le anime avventurose ha tante seduzioni.

Ebbe incarichi lucrosi ed onorifici; non seppe conservarli. La vita tranquilla e regolare lo impauriva a guisa di morte anticipata. Non appena parve posare in Parma, direttore di quel Conservatorio di Musica, morì. Alto di statura, l’abitudine di suonare il contrabbasso lo faceva camminare un po’ curvo della persona, con un' andatura bighellona. Pallido in volto, gli occhi piccini e grigi che usava socchiudere con un cotal vezzo malizioso e che aperti sprizzavano lampi, i capelli spartiti nel mezzo gli davano l’aria di un apostolo, ma di un apostolo sibarita.

Di solito era ilare ed amava raccontare le avventure della sua vita randagia; però, anche fra i discorsi delle allegre brigate, aveva momenti di estasi quasi che il suo pensiero vagasse in plaghe lontane, lo sguardo ed il volto si velavano come di una nube di mestizia che la voce grave e sommessa rendeva più sensibile. Alle prove non aveva tenerezze, non si sdilinguiva in leziosaggini con gli artisti, ma non sfoggiava neanche soverchie impazienze o superbi disdegni. Tale conobbi il Bottesini e tale lo ritraggo con l’onesta sincerità dovuta all’uomo e all’artista. A sufficienza egli si raccomanda alla simpatia dei posteri per quello che fece e per quello che fu, e non ha bisogna delle iperbole e delle ipocrisie oltraggiose alla memoria dei morti che attribuiscono loro qualità che non ebbero e non potevano e forse non volevano avere".

Nel 1866, Bottesini pregò Rossini di scrivergli alcune lettere di raccomandazione presso alti personaggi. Fu subito accontentato. Il celebre compositore gliele spedì accompagnandole con la seguente lettera:

"Caro Bottesini, sebbene il proverbio dica "lontan dagli occhi, lontan dal cuore, " io sono felice di provarvi il contrario. Eccovi la lettera promessavi. Una per Rubinstein, direttore del Conservatorio. L’altra per il tenore Tamberlik, e finalmente vi unisco la lettera ricevuta da Nizza dal mio amico Buffarini la quale vi darà l’istruzione di quanto dovrete operare, per presentarvi ai personaggi ai quali vi ha raccomandato il conte Wielhorski che trovasi ammalato a Nizza. Fatevi conoscere. Guadagnate molti rubli, teneteli da conto, pensate alla vecchiaia!!! e non dimenticate il vostro aff.to ROSSINI. Mille cose affettuose alla vostra compagna. Parigi, 26 settembre 1866"

Malgrado tali consigli Bottesini giunse all’età di sessant’anni, senza alcun patrimonio, né un posto che gli assicurasse una vita dignitosa. Per di più la sua salute era malferma, giacché soffriva di disturbi di fegato che in seguito lo portarono alla tomba. Verdi che era sempre legato al suo trionfatore dell’Aida lo raccomandò al Ministero, proponendolo a direttore del Regio Conservatorio Musicale di Parma e il Re Umberto I°, con Decreto del 3 novembre 1888, lo nominava a tale importante carica con lo stipendio annuo di L: 6000 oltre all’alloggio, con decorrenza dal 16 novembre 1888. Dopo appena un anno morì a Parma il 7 luglio del 1889 usufruendo, per poco tempo, dei vantaggi concessigli dal Sovrano.

per informazioni: www.comune.crema.cr.it

Home Perche' informare Dettagli personali La Bibbia Blog Composizioni Musica & Co. Altri interessi